Dr. Biserni Andrea — Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo

L'empatia in psicoterapia: che cosa è e che cosa non è

Nell'approccio centrato sulla persona l'empatia non è gentilezza e non è consolazione: è uno strumento di lavoro preciso, che consiste nel ricostruire il modo in cui l'altro vede la propria situazione con tale esattezza da restituirgliela riconoscibile. Carl Rogers la collocò fra le condizioni che rendono terapeutica una relazione. È anche l'argomento su cui si è chiuso il percorso universitario di chi esercita in questo studio: la tesi di laurea, discussa alla cattedra di Psicologia Clinica dell'Università La Sapienza di Roma, si intitolava «L'empatia: analisi della funzione nell'ambito della psicoterapia individuale».

Quattro cose che vengono chiamate empatia e non lo sono

  • La simpatia. Provare pena per qualcuno significa guardarlo da fuori. L'empatia richiede di stare, per un momento, dentro il suo punto di vista, senza perdere il proprio.
  • La consolazione. «Vedrà che passa», «non è così grave»: frasi che chiudono il discorso e comunicano che quel vissuto va ridimensionato. Dopo una consolazione la persona smette di raccontare.
  • L'identificazione. «So come si sente, è successo anche a me» sposta il centro della stanza sul terapeuta e sostituisce l'esperienza dell'altro con la propria.
  • La ripetizione delle parole. Riprendere l'ultima frase dell'interlocutore è una tecnica, non una comprensione. Si riconosce subito, suona meccanica e produce diffidenza.

Come funziona, in concreto

Il terapeuta formula ad alta voce come ha capito la situazione, e lo fa in forma verificabile: non «lei è in ansia», ma una descrizione che la persona possa confermare o correggere. La correzione è la parte produttiva. Quando qualcuno dice «no, non è esattamente così, è piuttosto che...», di solito arriva una formulazione più precisa di quella iniziale, perché il tentativo sbagliato ha costretto a cercare le parole giuste.

Rogers insisteva su un punto che in pratica fa la differenza: l'empatia lavora al margine di ciò che la persona è consapevole di sentire. Non si tratta di ripetere il contenuto già chiaro, ma di dare nome a quello che sta appena dietro, e che era presente senza essere detto. Per questo le sedute in cui emerge qualcosa di nuovo sono spesso le più faticose: il materiale che arriva non era pronto.

Perché questo richieda una formazione, e non solo buone intenzioni, dipende da tre difficoltà ricorrenti: resistere all'impulso di dare una soluzione quando la soluzione sembra evidente; accogliere contenuti che suscitano reazioni personali, come l'ostilità verso un figlio o il racconto di un tradimento, senza che la reazione filtri nel tono; e restare nel punto di vista dell'altro senza confondersi con lui, perché un terapeuta che si perde nella storia del cliente non è più utile a nessuno.

Le altre due condizioni, perché l'empatia da sola non basta

Nella formulazione del 1957 Rogers indicò tre condizioni riferite al terapeuta, e funzionano insieme.

  • Considerazione positiva incondizionata. Se l'accoglienza si raffredda quando arriva il contenuto scomodo, la persona lo capisce e seleziona ciò che racconta. L'empatia applicata a un racconto censurato lavora su materiale incompleto.
  • Congruenza. Un terapeuta che recita una parte produce una comprensione che suona finta. L'empatia è credibile solo se chi la offre è presente come persona reale.
  • Empatia. Senza le altre due resta una tecnica di ascolto, e come tecnica si esaurisce in poche sedute.

Come si capisce, da cliente, se sta funzionando

Non serve attendere mesi. Al terzo o quarto incontro questi segnali sono già leggibili, e valgono più di qualsiasi titolo esposto in sala d'attesa:

  • In seduta si dicono cose che non si erano mai dette ad alta voce, e non per uno sforzo di volontà.
  • Dopo l'incontro resta la sensazione di aver capito qualcosa di proprio, non di aver ricevuto una spiegazione.
  • Quando il terapeuta sbaglia a riformulare, correggerlo è facile e non costa imbarazzo.
  • Non si esce con una lista di cose da fare, ma qualcosa nel modo di vedere la situazione si è spostato.
  • Non si ha la sensazione di dover apparire un paziente bravo o collaborante.

Se invece dopo qualche incontro si ha l'impressione di ripetere lo stesso racconto senza movimento, è un argomento da portare in seduta. In questo approccio è una comunicazione legittima e utile, non un'offesa al terapeuta.

I limiti, detti chiaramente

L'empatia non è onnipotente e questo studio non la presenta come tale. Non sostituisce un farmaco quando il sintomo è così intenso da impedire di seguire un discorso; non sostituisce l'accertamento medico quando un sintomo ha una causa fisica, come nelle disfunzioni sessuali di origine vascolare o nei quadri ansiosi legati alla tiroide; non è la strada più rapida per una fobia singola e circoscritta, dove un'esposizione graduata arriva prima; e non è sufficiente davanti a un rischio immediato, situazione in cui si chiama il 118. Nella sessuologia clinica, inoltre, il lavoro è dichiaratamente diverso: la psicoterapia mansionale integrata prevede indicazioni concrete da svolgere fra una seduta e l'altra.

Dove verificarlo

Una relazione si valuta incontrandola. Il primo colloquio è gratuito, non vincolante e dura 50 minuti: telefono 347 4454271, posta elettronica [email protected]. Le sedi sono quattro, fra Pieve Santo Stefano, Arezzo, Città di Castello e Umbertide; dettagli nella pagina dei contatti, titoli e abilitazioni in albo e titoli professionali.