Dr. Biserni Andrea — Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo

Approccio centrato sulla persona: la psicoterapia rogersiana

L'approccio centrato sulla persona è il metodo elaborato dallo psicologo statunitense Carl R. Rogers (1902-1987) e usato in questo studio nelle psicoterapie individuali e di coppia. In pratica significa tre cose: il terapeuta non assegna compiti, non dà consigli e non decide l'argomento della seduta. Chi arriva porta ciò che gli pesa in quel momento; il lavoro del terapeuta è capirlo dall'interno, senza giudicarlo e senza sostituirsi alla persona nelle scelte. Le ragioni di questa impostazione, e i casi in cui non è la scelta migliore, sono spiegate qui sotto.

Che cosa si nota concretamente in seduta

  • Nessun questionario di apertura. Il percorso non comincia con una batteria di test e una diagnosi da collocare in una categoria, ma con il racconto della persona.
  • Nessun programma a tappe. Non esiste un piano di dodici sedute con un tema per volta. L'ordine lo stabilisce ciò che emerge.
  • Il terapeuta parla poco e verifica molto. Riformula, controlla di aver capito bene, chiede se è quello che la persona intendeva. Quando la riformulazione è sbagliata, la correzione è un passaggio utile, non un incidente.
  • Nessuna interpretazione calata dall'alto. A differenza dell'impostazione psicoanalitica, non si propone un significato nascosto che la persona dovrebbe accettare.
  • Niente da fare a casa. Fra una seduta e l'altra non ci sono esercizi, schede o diari. Fa eccezione la sessuologia clinica, dove il metodo mansionale prevede indicazioni pratiche: in quell'ambito l'impostazione è diversa e dichiarata.

Perché si chiama così: cliente, persona, non direttivo

Secondo Rogers lo psicologo clinico deve trattare chi è in difficoltà come un soggetto dotato di valore, in grado di scegliere l'orientamento della propria esistenza, e non come un oggetto incapace di quella scelta, destinato a subirla quando il clinico la compie in sua vece, per il suo bene. Nell'approccio rogersiano è il cliente l'esperto della propria esperienza: lo psicologo cerca di avvicinarsi empaticamente al suo vissuto senza emettere giudizi.

Questo è uno dei capisaldi del suo pensiero, tanto che in una prima fase Rogers definì non direttivo il proprio approccio, proprio per sottolineare quell'impostazione. Per lo stesso motivo rifiutò la parola «paziente», che sostituì con «cliente»: la psicoterapia rogersiana prese così il nome di terapia centrata sul cliente. Più tardi preferì il termine «persona» e la denominazione Approccio Centrato sulla Persona (Person Centered Approach), avendo esteso quei principi anche al counselling psicologico e ad altre forme di relazione di aiuto, non più alla sola psicoterapia.

Con l'espressione relazione di aiuto Rogers comprende qualsiasi rapporto interpersonale finalizzato a favorire una modificazione costruttiva della personalità. Più in generale riteneva necessaria una redistribuzione del potere all'interno della relazione di cura: conferisce alla persona che soffre pari dignità e pari responsabilità, ridimensionando nel contempo il potere dell'esperto. Se prima di lui, sia nella terapia psicoanalitica sia in quella comportamentista, il potere era interamente nelle mani dello psicologo o dello psichiatra, nell'approccio rogersiano è attribuito in buona parte anche alla persona, che Rogers considerava dotata di innate capacità di autoregolazione e di autorealizzazione: il compito dello psicologo consiste nel facilitarle, perché possano riprendere il loro sviluppo.

Il metodo si colloca dentro un orientamento più vasto, la psicologia umanistica, che negli anni sessanta si proponeva come terza via fra behaviorismo e psicoanalisi, i due indirizzi allora dominanti. La psicologia umanistica, detta anche terza forza, sostiene che l'uomo non è determinato né dagli stimoli ambientali, né dai propri istinti, né dalle dinamiche inconsce, ma è motivato principalmente da forze interiori costruttive, orientate alla realizzazione della persona.

Le tre condizioni che rendono terapeutica la relazione

Nel 1957 Rogers pubblicò la formulazione delle condizioni che considerava necessarie e sufficienti perché un cambiamento avvenga. Tre riguardano direttamente il terapeuta, e sono il banco di prova su cui questo metodo si misura:

  1. Empatia. Non significa compatire né dire «la capisco». Significa ricostruire il modo in cui la persona vede la propria situazione con tale precisione che lei stessa si riconosca, e correggere quando non è esatto.
  2. Considerazione positiva incondizionata. Accoglienza che non si sospende quando arriva il contenuto scomodo: il tradimento, la vergogna, l'ostilità verso un figlio. Senza questa condizione la persona seleziona ciò che racconta, e il materiale più importante resta fuori.
  3. Congruenza. Il terapeuta resta se stesso, senza recitare una parte neutra. Un professionista che finge impassibilità viene percepito come lontano, e la distanza blocca il lavoro.

Questa è anche la risposta a una domanda ricorrente: se non ci sono tecniche, su che cosa si basa il percorso. Si basa su condizioni della relazione, che sono verificabili seduta per seduta da chi le riceve. Al terzo o quarto incontro una persona sa dire se si sente capita o no, e quel giudizio conta più di qualsiasi credenziale.

Per chi funziona e per chi funziona poco

Tende a funzionare bene Conviene valutare un'altra impostazione
Chi ha già provato tecniche e protocolli senza che cambiasse nulla Chi vuole istruzioni operative e un programma a scadenze definite
Chi ha la sensazione di non essere mai stato ascoltato fino in fondo, nemmeno da altri professionisti Chi chiede di essere guidato e vive la non direttività come un vuoto
Crisi esistenziali, lutti, separazioni, scelte difficili, perdita di senso Fobie specifiche molto circoscritte, dove un'esposizione graduata è la via più rapida
Problemi di autostima, vergogna, colpa, identità Disturbi che richiedono prima una stabilizzazione farmacologica
Coppie in cui ciascuno dei due si sente l'imputato Disfunzioni sessuali, dove si usa il metodo mansionale

Questa tabella non serve a convincere, serve a scegliere. Un percorso cominciato con l'aspettativa sbagliata si interrompe nelle prime settimane, e l'esperienza negativa resta addosso alla psicoterapia in generale.

Una critica che va riconosciuta

All'approccio rogersiano si rimprovera di essere lento e poco misurabile rispetto ai protocolli manualizzati, che producono dati più facilmente confrontabili. È un'obiezione legittima. Due precisazioni, però, hanno peso: le condizioni della relazione formulate da Rogers nel 1957 sono state studiate per decenni e la qualità dell'alleanza terapeutica risulta associata all'esito in tutti gli orientamenti, non solo in questo; e la lentezza è relativa a che cosa si misura, perché la scomparsa di un sintomo e un cambiamento nel modo di stare al mondo non sono lo stesso risultato.

Dove è stata svolta la formazione in questo metodo

La specializzazione è quadriennale e si rivolge solo a psicologi e medici già abilitati. È stata conseguita presso l'Istituto dell'Approccio Centrato sulla Persona, scuola fondata insieme a Carl Rogers e riconosciuta dal Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica; successivamente è seguito un periodo come tutor nei corsi di specializzazione della sede di Firenze. Il titolo abilita all'esercizio della psicoterapia e all'iscrizione nell'elenco degli psicoterapeuti dell'Ordine. Il percorso completo, con enti e date, è nella pagina sulla formazione professionale; le abilitazioni e che cosa autorizzano sono spiegate nella pagina su albo e titoli professionali.

Come si verifica di persona

Un metodo che si fonda sulla relazione si valuta incontrando chi lo pratica, non leggendone la descrizione. Il primo colloquio è gratuito e non vincolante, dura 50 minuti e serve esattamente a questo. Telefono 347 4454271, oppure [email protected]; sedi e orari nella pagina dei contatti.